LA BAMBINA STRISCE E PUNTI
di Emanuela Nava

Si va in Africa tutti pulitini, al seguito di papà e mamma che studiano la medicina tradizionale africana e si ritorna nudi e dipinti a strisce e punti perchè Amina, la regina con la coda, ci ha detto: < I bambini in Africa nascono nudi e chi nasce nudo non deve vergognarsi nè del petto nè del pisello. Se ti vergogni di troppe cose, prima o poi finirai per vergognarti anche del sole. E farai come i pipistrelli, uscirai solo di notte>.

Ma in Africa si impara anche il silenzio, a parlare con gli occhi, a conoscere la grande anima di quel paese che insegna a credere nell’impossibile – perchè li spesso si avvera – come a diventare donna intrecciando una collona di uova di struzzo o a far nascere un fiume dalla propria paura>.

Kimu  …  tratto da  “La bambina strisce e punti” , pag. 28 e segg.

La foresta diventò più umida e scura e all’improvviso udii il rumore forte dell’acqua. Mi feci largo fra gli alti fusti di papiro. Sulla sponda di un fiume era seduto un ragazzo. Non era nudo, parola mia, e non era neppure dipinto a strisce e a punti come il marito di Amina. Ma capii ugualmente che si trattava di un maschio. Per certe cose ho  intuito. Ma a prima vista corsi il rischio di scambiarlo per una femmina. Per forza, indossava un gonnellino molto corto, e aveva una collana di pietruzze bianche al collo. E in testa aveva uno chignon a forma di barca. Un’acconciatura fatta a canoa con i remi e la rete da pesca. “Ciao, mi sono persa!” gridai “sai indicarmi la strada che porta alla capanna di Amina?” Il ragazzo non si girò. Mi avvicinai. “Ho perso la strada” gli dissi ancora, “conosci Amina?” Il ragazzo con il gonnellino lanciò il sasso nell’acqua e continuò a guardare il fiume. Allora lo afferrai per un braccio, lo guardai dritto dritto negli occhi come fanno i  pugili prima del combattimento e gli urlai: “ dico a te, sei sordo?” Lui mi fissò e rispose: “ sì sono sordo”. Capii subito che non stava scherzando “sono sordo, ma leggo le tue labbra. Se ti guardo mentre parli, capisco quello che dici” esclamò.  “Davvero?!” chiesi con un filo di voce, prudente, per paura di dire un’altra sciocchezza. “Certo. Vuoi provare anche tu?” Parlammo in silenzio. Senza suoni. Come nei film muti. Giocammo insieme a leggere le labbra. Fu facile. Parlammo a lungo e io non dissi più scemate, perché chi ascolta con gli occhi fa molto più attenzione a quello che dice e quando é il suo turno pensa sempre prima di parlare. Se non ci credi, Zega, puoi provare. Mi disse che si chiamava Kimu, che aveva 15 anni, che abitava nella foresta e che era sordo dalla nascita ma non ne soffriva. Anzi, non gliene importava proprio niente. “ Tu senti con le orecchie, ma io sento con gli occhi e con la pelle. Con gli occhi leggo le tue labbra e con la pelle intuisco il trillo delle cose. Posso ballare al ritmo di un tamburo sai. E posso sentire l’arrivo di un pericolo. Quando c’è un leone nelle vicinanze mi vengono i brividi” disse queste e altre cose meravigliose. Poteva intuire il ruggito di un leone e anche il canto festoso degli uccelli all’alba. Poteva distinguere l’urlo di un babbuino dal barrito di un elefante. Poteva riconoscere lo scroscio violento di una cascata dal borbottio impetuoso di un fiume in piena. Poteva sentire, perché ogni cosa che vive e si muove produce un trillo, un’oscillazione leggera, un soffio che l’intuito e il corpo possono percepire. “Allora non é vero che sei sordo?”. gli dissi tutto d’un fiato. “No, ma chi ci sente con le orecchie mi chiama così” . Mi tappai le orecchie. Ma dentro di me sentivo solo il cuore battere forte. “Così non sento il fiume”! esclamai a voce alta. “Chi è abituato a sentire con le orecchie ha l’intuito pigro. Ma tu hai saputo leggere il movimento delle mie labbra. Segno che non sei tanto pigra e che ti piace giocare. Un po’ d’intuito lo devi avere anche tu!” Sorrise. Lo guardai e diventai rossa. Per forza, quel ragazzo con la gonna e lo chignon era più bello e più intelligente di Ulisse (che, a pensarci bene, portava anche lui la gonna). “In Africa, se diventi rosso, nessuno se ne accorge” rise “ abbiamo la pelle troppo scura perché si veda. Per questo nessuno di noi si vergogna per questioni tanto sciocche. Nella foresta gli uomini possono tingersi i capelli di tutti i colori, possono farsi le trecce e lo chignon, possono indossare gioielli e gonne. O possono girare nudi perché nella foresta gli uomini sono liberi”. In cielo un bucero batteva forte le ali. Kimu mi indicò la strada per raggiungere la capanna di Amina, mi strinse la mano e mi salutò. Ma prima di andar via gli chiesi: “ perché hai lo chignon a forma di barca?” “Perché sono un pescatore” rispose. Salì su una lunga piroga di legno e remando dolcemente attraversò il fiume. Lo vidi allontanarsi sull’acqua, sempre più lontano. Un puntino che si confondeva con le canne alte della riva. Gli feci ciao con la mano, ma sentivo già una grande nostalgia.

 

Dice Emanuela Nava nella presentazione del libro (1996):

sono nata a Milano dove vivo e lavoro. Ho fatto l’attrice, la copywriter, la sceneggiatrice televisiva, la scrittrice. Ho pubblicato tre libri e per cinque anni ho collaborato alla stesura dei testi dell’Albero Azzurro. Certo, da bambina volevo fare la disegnatrice di lavandini, ma a furia di dirmi che non sapevo dipingere, ho buttato via il pennello e mi sono messa a scrivere. Da grande voglio andare in Africa a parlare con i leoni, ho scritto sul muro della mia camera. E appena ho potuto, zaino in spalla e teiera in mano, sono partita. I leoni rimasero stupefatti: soffiavo così forte dentro la teiera che ne usciva proprio un bel ruggito. Nel frattempo mi ero sposata e mia mamma non si preoccupava più per me, così ho deciso di tornare in Africa per fare amicizia con tutti gli animali. Non è stata un’impresa facile. Ho imparato a riconoscere le loro impronte e fiutare le loro puzze, ma la prima volta che sono salita su un dromedario mi sono venute le vertigini, e quella notte che ho dormito sotto le stelle per spiare il volo del gufo, sono stata punta da uno scorpione. Ma poi ho bevuto l’acqua del fiume Zambesi e ho visto il coccodrillo bianco. Forse ricomincerò a dipingere, ho pensato. Perchè quando si vede il coccodrillo bianco tutto si avvera, me l’ha detto uno stregone.

 

La lettura di questo libro, ed in particolare del capitolo "Kimu", ha ispirato il "Progetto Kimu", realizzato da Enrica Rèpaci in collaborazione con l’ "Istituto Comprensivo Arbe Zara" – classi quarte e quinte della
Scuola Elementare Fabbri, Milano, anno scolastico 2005 – 2006 e con la collaborazione di Martina Gerosa ed Emiliano Mereghetti (esperto di storia, cultura e lingua dei Sordi).